Guardare le Stelle con una Lente Stellare: le mie tre settimane con il Milvus 2.8/18

 

Il Milvus vola verso l’Alto Adige

È trascorso un po’ di tempo da quando ZEISS ha presentato l’obiettivo Milvus 2.8/18, che vanta un design ottico completamente rinnovato. Il vantaggio di 2/3 di stop in termini di luminosità nei confronti dell’antecedente Classic 3.5/18 e il nuovo schema ottico mi hanno incuriosito fin da subito, anche se non sono riuscito a trovare molte immagini nel web che potessero rendergli giustizia. Così ho deciso di mettermi in contatto con il team ZEISS e con piacere loro mi hanno inviato l’obiettivo per testarlo nel genere fotografico che preferisco: il paesaggio notturno.

Vivo in Alto Adige e da sempre mi piace trascorrere il tempo libero all’aperto. La passione per la fotografia di paesaggio mi ha spinto ad attendere le ore migliori per catturare le Dolomiti, che dal 2009 sono dichiarate dall’UNESCO Patrimonio dell’Umanità. Questo si traduce spesso nell’arrivare sul posto poco prima del tramonto, scegliere il punto ottimale per una buona composizione e attendere l’arrivo della notte.

L’Alto Adige ha una varietà straordinaria di luoghi naturali magnifici, tuttavia ho dovuto pensare con attenzione alle mie mete per ottenere il massimo dalle particolari caratteristiche del Milvus. Dal momento che il mio unico grandangolo al momento è un 28mm, ho dovuto tenere a mente la notevole differenza dell’angolo inquadrato e decidere di conseguenza quali paesaggi avrei fotografato. Alcune delle foto qui pubblicate sono scattate da posti ormai resi celebri dal turismo fotografico in regione. Sicuramente avrete riconosciuto il lago ghiacciato sormontato da quelle vette acuminate: è il lago di Carezza alle pendici del Latemar. Ho scelto questa destinazione per l’opportunità di poter catturare in un singolo fotogramma l’intero panorama, dal lago fino alle stelle, cosa che mi sarebbe stata impossibile col 28mm, a meno di non unire più scatti in post produzione. Un altro luogo molto ambito dai fotografi paesaggisti è la Val di Funes che termina con la piccola chiesa di Santa Maddalena ai piedi delle Odle, qui catturata durante una notte di luna piena. A parte questi due casi, le immagini di questo articolo sono di luoghi nascosti o non così iconici che ho scoperto durante le molte escursioni che ho compiuto negli ultimi anni: è il vantaggio di giocare in casa!

Che il Viaggio cominci

Difficilmente si può incontrare qualche escursionista durante il tramonto in montagna. Avere un paio di amici con cui condividere l’escursione non è soltanto un modo più sicuro di esplorare la natura, ma anche il miglior rimedio contro il tempo che, nell’attesa del momento giusto per scattare, scorre sempre lentamente. Un altro fattore da non trascurare sono è la temperatura, che si abbassa sempre in montagna di notte, in qualsiasi stagione: avere con sé uno zaino ben equipaggiato e vestiti caldi è essenziale. Una volta accettato il fatto che trascorrerete la notte in un luogo freddo e buio – e più è intensa l’oscurità, più visibili saranno le stelle – allora potrete riconoscere nel tempo trascorso lontani dalla solita routine una qualità impagabile.

Anche se spero di ottenere più occasioni lavorative legate alla fotografia un giorno, per ora mi accontento di scattare per me stesso soltanto: l’immagine finale è solo un elemento dell’equazione. Perciò, è fondamentale gustarsi l’intero processo che porta a quella fotografia, dalla scelta della location fino al lavoro di post produzione. Questo mi porta finalmente a discutere dell’obiettivo che ho tra le mani in questo momento. La prima cosa che si scopre usando uno ZEISS, ancora prima della qualità ottica, è l’assoluta precisione meccanica. L’anello di messa a fuoco è tarato per terminare la sua corsa esattamente sul punto di infinito, il che rappresenta uno degli ostacoli maggiori durante la fotografia notturna. Con una lente autofocus è molto impegnativo riuscire ad ottenere il soggetto nitido durante la notte perché non solo il sensore di messa a fuoco automatica non riesce a vedere al buio, ma anche e soprattutto perché l’anello di messa a fuoco su questi obiettivi ha una corsa breve ed imprecisa. Il miglior metodo che ho sperimentato per una corretta messa a fuoco notturna prevede l’uso della fotocamera su cavalletto e del Live View, tramite il quale è possibile ingrandire un punto maggiormente luminoso della scena (proprio come una stella), quindi, mettere a fuoco con lenti movimenti della ghiera. Questa operazione risulta facilissima e anche piacevole con il Milvus 2.8/18 grazie all’anello gommato e ad un movimento fluido ma frizionato.

Qualche nota tecnica o L’importanza di sapere cosa guardare

A proposito di messa a fuoco, vorrei spendere qualche parola per parlare della curvatura di campo, un fastidioso difetto da cui sono afflitti la maggior parte dei grandangoli quando si scatta ad ampie aperture. In breve, la curvatura di campo è quel fenomeno per cui l’immagine risulta a fuoco nel centro e sfocata verso i margini, o il contrario, dipendentemente da dove si effettua la messa a fuoco, perché il piano di fuoco risulta curvo e non perfettamente parallelo al sensore. Fortunatamente il Milvus non è affetto da questa peculiarità, dimostrando di essere un ottimo alleato nel campo della fotografia notturna.

Dopotutto questa lente ha dimostrato di essere immune alla quasi totalità dei difetti tipici dei grandangoli. Non sono qualificato per parlare di ottica, ma avendo trascorso molto tempo con una fotocamera, ho imparato a riconoscere la presenza di coma (femminile, un bel problema per la fotografia alle stelle) e di altre aberrazioni ottiche quando osservo le mie immagini. ZEISS ha fatto un ottimo lavoro con questa lente, ma siccome la perfezione non è di questo mondo, ho constatato la considerevole presenza di vignettatura a f/2.8, che diminuisce sensibilmente dopo f/5.6. Non avendo avuto una conversazione con un ingegnere ZEISS posso solo immaginare che questo calo di luminosità ai bordi dell’immagine sia dovuta alla dimensione contenuta dell’elemento frontale e al diametro filtri di 77mm che, personalmente, trovo molto utile essendo uno standard per la maggior parte degli obiettivi per reflex. Se dovessi scegliere tra un obiettivo privo di vignettatura e uno che può montare normali filtri a vite, sceglierei sicuramente il secondo. In astrofotografia proteste preferire la lente più luminosa possibile, ma se siete fotografi paesaggisti che non fotografano esclusivamente il cielo notturno, allora potreste ritrovarvi nella situazione di aver bisogno di montare qualche filtro davanti al vostro obiettivo.

La sorpresa maggiore che questo obiettivo mi ha riservato l’ho avuta osservando le immagini al computer. Lavorando alla post produzione ho notato come il software per la rimozione del rumore (Dfine 2 di Nik Collection nel mio caso) preservi completamente il dettaglio delle stelle, riuscendo a distinguerle perfettamente dal resto del cielo. L’obiettivo riporta i dettagli minuti come le stelle con una nitidezza tale da permettere al software di escluderli dal pattern di rumore causato dagli alti ISO del sensore della mia Nikon D800. Solitamente ottengo un risultato impastato dove le stelle vengono cancellate o amalgamate al resto del cielo, perché il mio 28mm non si comporta egregiamente specialmente ai bordi, costringendomi a passare molto tempo nell’aggiustare maschere e livelli in Photoshop. Meno tempo speso davanti a un monitor si traduce in maggior tempo da trascorrere all’aperto (o a letto, e si farà apprezzare molto il vostro letto dopo un’intera notte passata senza un tetto sulla testa).

Il giusto Strumento per un Clima imprevedibile

Vorrei ora motivare la decisione di provare il Milvus 2.8/18 quando, per la fotografia notturna, sembrerebbe più indicato un grandangolo ancora più ampio e di pari luminosità, come il Milvus 2.8/15. La prima ragione, come già menzionato, è perché questo 18mm presenta uno schema ottico completamente rinnovato rispetto al predecessore. Inoltre, il principale motivo che ha influenzato la mia scelta riguarda la resa che gli ultra-grandangolari hanno nei confronti delle linee verticali quando la scena viene inquadrata inclinando in basso o in alto la fotocamera. Si percepisce chiaramente una convergenza di tali linee che in realtà sono parallele tra loro. Qualsiasi obiettivo subisce questo effetto prospettico ma nei grandangoli tale fenomeno viene amplificato per l’ampio angolo di campo inquadrato. Un 15mm o peggio un 14mm sono molto soggetti a tale distorsione, mentre il 18mm ne risente considerevolmente meno, permettendo maggiore libertà compositiva, almeno per me.

Se con l’obiettivo è subito scattato un certo feeling, le maggiori preoccupazioni sono arrivate dal meteo. Le tre settimane che ho avuto per questa prova sembravano molte inizialmente, ma in realtà le occasioni per catturare un cielo limpido non sono state così tante e, inoltre, nell’ultima settimana la luna era ormai completamente piena. Siccome attendere le condizioni ideali non rientrava nelle mie possibilità, ho deciso di uscire comunque per provare a portare a casa qualche scatto. Talvolta il passaggio di qualche nube in cielo può enfatizzare la dinamicità dell’immagine, anche se a rimetterci è la visibilità di qualche costellazione. La luna piena, poi, illuminava a giorno il paesaggio, con colori accesi e ombre nette, creando così un interessante contrasto con la presenza delle stelle in cielo.

Conclusioni

Questa è stato il mio primo incontro con un obiettivo ZEISS. Nonostante avessi alte aspettative, sono rimasto sorpreso dai risultati che questa lente mi ha permesso di ottenere. Qualità d’immagine a parte, fotografare con questo 2.8/18 si è rivelato essere molto piacevole per l’alta qualità dei materiali con cui è realizzato: solido metallo per la scocca e un anello gommato per la messa a fuoco, il tutto con un design elegante e levigato. Tuttavia, la parte migliore di questa esperienza non riguarda l’obiettivo in sé, ma la fiducia e l’apprezzamento per le mie fotografie che ho ricevuto da una compagnia del calibro di ZEISS.

Per leggere l’articolo originale sul Blog Lenspire di ZEISS clicca qui.